d
Il Console Argentino gli veniva incontro lentamente, con evidente imbarazzo.
Già a una distanza di dieci metri il suo braccio destro vibrava senza sosta a causa dei sussulti della mano, che egli muoveva avanti e indietro come per anticipare, mimandola, la stretta incombente.
Juan Felipe Gonzalez era un uomo di circa sessantacinque anni, alto, giovanile, ben vestito.
Gli occhi e il contorno occhi erano segnati da un trucco leggero, e le sopracciglia erano due linee sottili disegnate sulla fronte con una matita nera che si perdevano in un fondotinta rosato; la mano affusolata era priva di peli fin sopra il polsino della giacca e la sua stretta fu inevitabilmente molle e inerte come quella di un bambino al debutto in società.
Ci fu un tentativo di baciamano, che Joseph evitò con una torsione del busto verso il bancone degli aperitivi, mettendosi a fissare con insensato interesse i riflessi delle arance nelle bottiglie di Martini.
Il blocco del vermouth si ergeva sul bancone del Club come la natura morta di un pittore fiammingo: c’erano i lime, verdi e con qualche pennellata di giallo, i pompelmi aperti che sgocciolavano sul granito verde, una coppa di champagne stracolma di ghiaccio che sua volta rifletteva i colori del locale; alle pareti un mosaico di piastrelle colorate, gialle verdi blu rosse, unico retaggio degli anni ’70 scampato alle orde delle successive ristrutturazioni.
Il Console lo fissava in silenzio, quindi rivolse uno sguardo interrogatorio al gruppo di bottiglie e poi osservò di nuovo Joseph, con l’aria preoccupata di chi è sicuro che gli stia sfuggendo qualcosa ma non capisce bene cosa.
-“Mi dica, Signor Console, si trova bene qui a Roma?”
-“Oh Eminentissimo….certamente, Eminentissimo.”
Con le mani tremolanti e sudaticce per la tensione, Juan Felipe Gonzalez tentò di prendere una manciata di arachidi da una grossa ciotola in vetro di Murano, ma a metà strada tra la ciotola e la bocca queste gli caddero a terra spargendosi sul pavimento immacolato.
-“Mi scusi, Reverendissimo…Ehm..Dicevo, certamente che mi trovo bene. Sono all’albergo Imperator, a poca distanza da qui, e da lì si gode di un’ottima vista sulla città di Roma”.
-“Magnifico, magnifico”. Joseph adesso osservava intensamente l’uomo. Gli sembrava impossibile che un essere tanto stupido ed insignificante potesse avere un tale potere in America Latina. A quanto gli avevano riferito, ciascuno dei suoi possedimenti terrieri era grande quanto una regione italiana, e le sue attività non si contavano: quote di capitale e partecipazioni in banche, istituti di credito, industrie, intrallazzi con le alte sfere politiche dell’Argentina, con la Compagnia di Gesù, con gli ambienti della massoneria italiana e sudamericana.
Forse era semplicemente un fantoccio, un prestanome, e in quel caso doveva valutare con attenzione le sue mosse, evitando di esporsi e di esprimere giudizi su persone terze, amici o nemici che fossero.
-“Allora, Signor Console, veniamo a noi…mi sembra che questa storia della Oil Company si sia protratta abbastanza.”
-“Ne convengo con lei, Eminentissimo. Stiamo facendo il possibile per sbloccare la situazine a vostro favore ma, coma lei saprà, i Nemici di sua Eminenza nel mio paese sono molti: socialisti e comunisti stanno…”
-“Non raccontiamoci favole, Signor Console”, lo interruppe Joseph tagliando l’aria con la mano. “Quelli non esistono più. Mi dica chiaramente: chi è che ci vuole fregare l’affare?”.
-“Certo, Eminenza, certo. Come può ben immaginare, i terreni ceduti dalla Oil Company sono molto appetibili. Si tratta di un buon giacimento, e poi ci sono i macchinari, la proprietà di quasi cento chilometri di linea ferroviaria tra Mar De Plata e Necochea, per non parlare di qualcosa come mille ettari di terreno costiero edificabile.
-“Chi, Signor Console?”
-“Arabi, Eminentissimo. E’ una cordata di petrolieri arabi”.
-“Fottuti arabi. Fottutissimi arabi”.
Juan Felipe Golzalez aveva la bocca spalancata, almeno per quanto il recente lifting glielo potesse permettere. Ormai il botulino aveva fatto il suo effetto, eppure avvertiva ancora un lieve formicolio alle guance e ancora non riusciva ad aprire completamente le mascelle. Ma la sorpresa era più forte del dolore: certo non si sarebbe mai aspettato un espressione di quel genere dal suo interlocutore.
-“Non stia a guardarmi in quel modo, Signor Gonzalez. Non mi faccia pentire della stima e della fiducia accordatale”.
-“Certo Eminenza, mi scusi Eminenza”.
Joseph alzò una mano come per ordinare un drink, e dal fondo del locale avanzò un uomo vestito interamente in nero, con sotto braccio un pesante faldone di carte, che appoggiò sul bancone rumorosamente.
-“Questi, Signor Console, è Monsignor Monti, colui che si sta occupando della faccenda in mio nome.”
I due rimasero fissi nelle rispettive posizioni e tuttavia si scambiarono un impercettibile cenno d’intesa, semplicemente strizzando le sopracciglia verso l’alto.
-“Ecco la nostra proposta, che la prego di riportare al Signor Primo Ministro: cinquecento milioni di dollari per rilevare la Oil Company, ed il mio appoggio personale al Primo Ministro e al suo governo.”
-“Oh Eminenza, ma la sola proprietà del giacimento vale la cifra da lei indicata!”
-“Signor Console, per cortesia, evitiamo spiacevoli discussioni. Lo sa, a questi livelli l’economia diventa una questione puramente politica, e il suo governo non è certo nelle condizioni di trattare. Se non sbaglio, alle ultime elezioni avevate il fiato sul collo di socialisti e comunisti…..ebbene, dica al signor Primo Ministro che il nostro appoggio non è un qualcosa di acquisito ed immutabile, ma va conquistato giorno dopo giorno. E poi la mia proposta, detto tra noi, non è affatto malvagia”:
-“Certo, Eminentissimo, sarà tutto riferito al Signor Mendoza.”
Il console prese l’incartamento e se lo mise sottobraccio, incapace di ribattere o di formulare alcuna obiezione, poi il suo volto fu adombrato da un pensiero.
-“Ma con gli arabi, Eminentissimo, come la mettiamo? E l’opinione pubblica? Come giustificare il nostro rifiuto ad un’offerta economica così allettante?”
-“Non sempre la spunta chi offre il prezzo migliore, Signor Console. Non devo essere io a spiegare al suo governo come uscire da una trattativa di questo tipo”.
Lo sguardo di Joseph si perse nuovamente nelle bottiglie di Martini alle spalle del bancone. La primavera era arrivata e lui aveva sete, tanta sete.
Già a una distanza di dieci metri il suo braccio destro vibrava senza sosta a causa dei sussulti della mano, che egli muoveva avanti e indietro come per anticipare, mimandola, la stretta incombente.
Juan Felipe Gonzalez era un uomo di circa sessantacinque anni, alto, giovanile, ben vestito.
Gli occhi e il contorno occhi erano segnati da un trucco leggero, e le sopracciglia erano due linee sottili disegnate sulla fronte con una matita nera che si perdevano in un fondotinta rosato; la mano affusolata era priva di peli fin sopra il polsino della giacca e la sua stretta fu inevitabilmente molle e inerte come quella di un bambino al debutto in società.
Ci fu un tentativo di baciamano, che Joseph evitò con una torsione del busto verso il bancone degli aperitivi, mettendosi a fissare con insensato interesse i riflessi delle arance nelle bottiglie di Martini.
Il blocco del vermouth si ergeva sul bancone del Club come la natura morta di un pittore fiammingo: c’erano i lime, verdi e con qualche pennellata di giallo, i pompelmi aperti che sgocciolavano sul granito verde, una coppa di champagne stracolma di ghiaccio che sua volta rifletteva i colori del locale; alle pareti un mosaico di piastrelle colorate, gialle verdi blu rosse, unico retaggio degli anni ’70 scampato alle orde delle successive ristrutturazioni.
Il Console lo fissava in silenzio, quindi rivolse uno sguardo interrogatorio al gruppo di bottiglie e poi osservò di nuovo Joseph, con l’aria preoccupata di chi è sicuro che gli stia sfuggendo qualcosa ma non capisce bene cosa.
-“Mi dica, Signor Console, si trova bene qui a Roma?”
-“Oh Eminentissimo….certamente, Eminentissimo.”
Con le mani tremolanti e sudaticce per la tensione, Juan Felipe Gonzalez tentò di prendere una manciata di arachidi da una grossa ciotola in vetro di Murano, ma a metà strada tra la ciotola e la bocca queste gli caddero a terra spargendosi sul pavimento immacolato.
-“Mi scusi, Reverendissimo…Ehm..Dicevo, certamente che mi trovo bene. Sono all’albergo Imperator, a poca distanza da qui, e da lì si gode di un’ottima vista sulla città di Roma”.
-“Magnifico, magnifico”. Joseph adesso osservava intensamente l’uomo. Gli sembrava impossibile che un essere tanto stupido ed insignificante potesse avere un tale potere in America Latina. A quanto gli avevano riferito, ciascuno dei suoi possedimenti terrieri era grande quanto una regione italiana, e le sue attività non si contavano: quote di capitale e partecipazioni in banche, istituti di credito, industrie, intrallazzi con le alte sfere politiche dell’Argentina, con la Compagnia di Gesù, con gli ambienti della massoneria italiana e sudamericana.
Forse era semplicemente un fantoccio, un prestanome, e in quel caso doveva valutare con attenzione le sue mosse, evitando di esporsi e di esprimere giudizi su persone terze, amici o nemici che fossero.
-“Allora, Signor Console, veniamo a noi…mi sembra che questa storia della Oil Company si sia protratta abbastanza.”
-“Ne convengo con lei, Eminentissimo. Stiamo facendo il possibile per sbloccare la situazine a vostro favore ma, coma lei saprà, i Nemici di sua Eminenza nel mio paese sono molti: socialisti e comunisti stanno…”
-“Non raccontiamoci favole, Signor Console”, lo interruppe Joseph tagliando l’aria con la mano. “Quelli non esistono più. Mi dica chiaramente: chi è che ci vuole fregare l’affare?”.
-“Certo, Eminenza, certo. Come può ben immaginare, i terreni ceduti dalla Oil Company sono molto appetibili. Si tratta di un buon giacimento, e poi ci sono i macchinari, la proprietà di quasi cento chilometri di linea ferroviaria tra Mar De Plata e Necochea, per non parlare di qualcosa come mille ettari di terreno costiero edificabile.
-“Chi, Signor Console?”
-“Arabi, Eminentissimo. E’ una cordata di petrolieri arabi”.
-“Fottuti arabi. Fottutissimi arabi”.
Juan Felipe Golzalez aveva la bocca spalancata, almeno per quanto il recente lifting glielo potesse permettere. Ormai il botulino aveva fatto il suo effetto, eppure avvertiva ancora un lieve formicolio alle guance e ancora non riusciva ad aprire completamente le mascelle. Ma la sorpresa era più forte del dolore: certo non si sarebbe mai aspettato un espressione di quel genere dal suo interlocutore.
-“Non stia a guardarmi in quel modo, Signor Gonzalez. Non mi faccia pentire della stima e della fiducia accordatale”.
-“Certo Eminenza, mi scusi Eminenza”.
Joseph alzò una mano come per ordinare un drink, e dal fondo del locale avanzò un uomo vestito interamente in nero, con sotto braccio un pesante faldone di carte, che appoggiò sul bancone rumorosamente.
-“Questi, Signor Console, è Monsignor Monti, colui che si sta occupando della faccenda in mio nome.”
I due rimasero fissi nelle rispettive posizioni e tuttavia si scambiarono un impercettibile cenno d’intesa, semplicemente strizzando le sopracciglia verso l’alto.
-“Ecco la nostra proposta, che la prego di riportare al Signor Primo Ministro: cinquecento milioni di dollari per rilevare la Oil Company, ed il mio appoggio personale al Primo Ministro e al suo governo.”
-“Oh Eminenza, ma la sola proprietà del giacimento vale la cifra da lei indicata!”
-“Signor Console, per cortesia, evitiamo spiacevoli discussioni. Lo sa, a questi livelli l’economia diventa una questione puramente politica, e il suo governo non è certo nelle condizioni di trattare. Se non sbaglio, alle ultime elezioni avevate il fiato sul collo di socialisti e comunisti…..ebbene, dica al signor Primo Ministro che il nostro appoggio non è un qualcosa di acquisito ed immutabile, ma va conquistato giorno dopo giorno. E poi la mia proposta, detto tra noi, non è affatto malvagia”:
-“Certo, Eminentissimo, sarà tutto riferito al Signor Mendoza.”
Il console prese l’incartamento e se lo mise sottobraccio, incapace di ribattere o di formulare alcuna obiezione, poi il suo volto fu adombrato da un pensiero.
-“Ma con gli arabi, Eminentissimo, come la mettiamo? E l’opinione pubblica? Come giustificare il nostro rifiuto ad un’offerta economica così allettante?”
-“Non sempre la spunta chi offre il prezzo migliore, Signor Console. Non devo essere io a spiegare al suo governo come uscire da una trattativa di questo tipo”.
Lo sguardo di Joseph si perse nuovamente nelle bottiglie di Martini alle spalle del bancone. La primavera era arrivata e lui aveva sete, tanta sete.

0 commenti
Posta un commento